Spopolamento, urbanistica fragile e diritto a restare nei paesi del Sud
Nel racconto contemporaneo delle aree interne italiane, il Mezzogiorno viene spesso descritto attraverso una narrazione semplificata: territori marginali, invecchiati, destinati inevitabilmente al declino. Ma osservando l’area dei comuni attorno ad Amantea emerge una realtà più complessa, nella quale i problemi urbanistici e architettonici non sono semplicemente effetti dello spopolamento, bensì parte integrante delle sue cause.
I comuni dell’area tirrenica cosentina vivono oggi una contraddizione profonda: lungo la costa si è sviluppata, negli ultimi decenni, un’urbanizzazione frammentata e spesso priva di una visione territoriale unitaria; nell’entroterra, invece, i paesi perdono abitanti, servizi e capacità produttiva. È il paradigma di quello che molti studiosi del Sud definiscono “sviluppo squilibrato”: crescita quantitativa senza una reale costruzione di comunità.
In questa prospettiva risultano particolarmente attuali le riflessioni dell’economista e studioso delle aree interne Domenico Cersosimo, che da anni analizza il rapporto tra marginalità territoriale, disuguaglianze e diritto all’abitare nei piccoli comuni del Mezzogiorno.
Uno degli errori più frequenti nel dibattito pubblico è considerare lo spopolamento un processo inevitabile, quasi fisiologico. Secondo questa prospettiva critica, invece, i territori non “muoiono da soli”: vengono progressivamente impoveriti da decisioni politiche, economiche e infrastrutturali che concentrano altrove risorse, servizi e opportunità.
Nei nostri territori questo fenomeno appare evidente. I giovani lasciano i piccoli comuni non soltanto per mancanza di lavoro, ma perché vengono meno le condizioni minime per costruire una vita dignitosa: scuole, mobilità, sanità, spazi culturali, connessione digitale, luoghi di socialità.
Lo spopolamento, quindi, non riguarda soltanto il numero degli abitanti. È una progressiva erosione del diritto alla cittadinanza.
Quando chiude una scuola o un presidio sanitario, il problema non è esclusivamente funzionale: si rompe il legame tra territorio e comunità. L’architettura dell’abbandono — case vuote, piazze deserte, edifici pubblici inutilizzati — diventa così il volto fisico di una disuguaglianza territoriale più profonda.
Urbanistica senza comunità
L’urbanizzazione della costa tirrenica ha seguito per decenni logiche episodiche e frammentarie. Espansioni edilizie discontinue, seconde case stagionali, consumo di suolo agricolo e crescita lineare lungo le infrastrutture viarie hanno prodotto uno spazio urbano spesso privo di identità collettiva.
Molti comuni dell’ATS 3 presentano oggi periferie diffuse senza veri centri urbani riconoscibili, dove gli spazi pubblici risultano residuali e la qualità architettonica appare subordinata alla semplice rendita edilizia.
Parallelamente, i centri storici collinari vivono una situazione opposta: patrimonio abitativo inutilizzato, edifici degradati, popolazione anziana e progressiva perdita delle funzioni quotidiane.
Qui emerge un tema centrale nelle riflessioni sulle aree interne: la differenza tra “territori abitati” e “territori usati”. Molte aree del Sud vengono attraversate, consumate o sfruttate economicamente, ma non realmente curate attraverso politiche di lunga durata.
L’urbanistica, in questo senso, ha spesso smesso di essere uno strumento di costruzione sociale per ridursi a semplice gestione tecnica dell’espansione edilizia.
Uno dei principali problemi dei nostri territori riguarda inoltre la debolezza delle connessioni tra costa ed entroterra. In molti piccoli comuni la mobilità pubblica è insufficiente, i servizi sono distanti e la dipendenza dall’automobile diventa assoluta. Questo produce isolamento materiale, ma anche culturale.
Secondo la prospettiva delle aree interne, la marginalità non dipende dalla distanza geografica in sé, ma dalla difficoltà di accesso ai diritti fondamentali. Un territorio è fragile quando raggiungere una scuola, un ospedale o un luogo di lavoro richiede tempi eccessivi o infrastrutture inadeguate.
A questa fragilità si aggiunge quella ambientale. Gran parte dei territori collinari e montani del basso Tirreno cosentino è esposta a fenomeni di dissesto idrogeologico: frane, erosione, instabilità dei versanti e vulnerabilità delle infrastrutture rappresentano ormai condizioni strutturali del territorio.
Anche in questo caso il problema non può essere letto soltanto in chiave emergenziale. Il dissesto è spesso il risultato di decenni di urbanizzazione disordinata, consumo di suolo, manutenzione insufficiente e progressivo abbandono delle aree interne.
Quando un territorio perde abitanti perde anche presidio umano, cura quotidiana e manutenzione diffusa del paesaggio. Terrazzamenti agricoli abbandonati, reti idrauliche trascurate e boschi non gestiti diventano parte di una fragilità più ampia che intreccia ambiente, urbanistica e questione sociale.
La sicurezza del territorio, quindi, non riguarda soltanto opere tecniche o interventi straordinari, ma la capacità di ricostruire comunità stabili capaci di abitare e mantenere i luoghi nel tempo.
In questo quadro il tema urbanistico si intreccia inevitabilmente con quello sociale: progettare territori significa garantire accessibilità, prossimità e qualità della vita.
Rigenerare invece di espandere
L’area dell’ATS 3 possiede un enorme patrimonio già costruito: centri storici, edifici pubblici inutilizzati, paesaggi agricoli, infrastrutture incompiute, spazi aperti residuali.
Continuare a consumare nuovo suolo mentre il patrimonio esistente si svuota rappresenta una delle principali contraddizioni del territorio contemporaneo. Per questo oggi il tema non può più essere la crescita edilizia quantitativa, ma la rigenerazione.
Rigenerare significa riportare funzioni nei paesi, incentivare il riuso abitativo, creare spazi di coworking e servizi condivisi, investire nella qualità dello spazio pubblico e nella mobilità lenta tra costa e aree interne.
Ma significa anche produrre una nuova immaginazione del Sud, dove le aree marginali non devono essere considerate luoghi da assistere, bensì territori capaci di generare innovazione sociale, relazioni comunitarie e nuove economie legate alla sostenibilità, alla cultura e al paesaggio.
Il paesaggio dell’area di Amantea — tra mare, colline e borghi storici — non è soltanto una risorsa estetica o turistica. È un’infrastruttura culturale e identitaria.
Negli ultimi decenni, però, l’edificazione diffusa e la scarsa qualità di molte trasformazioni hanno indebolito il rapporto tra architettura e territorio. In diversi casi lo spazio costruito appare scollegato dalla morfologia dei luoghi, dalla memoria storica e persino dalle condizioni ambientali.
Recuperare il paesaggio significa allora recuperare un’idea di appartenenza. Significa progettare interventi capaci di dialogare con la storia dei luoghi e con i bisogni reali delle comunità residenti.
La questione centrale per i comuni del basso Tirreno non è soltanto come attrarre nuovi abitanti, ma come permettere a chi vive questi territori di poter restare.
Il “diritto a restare”, tema ricorrente nelle riflessioni di Cersosimo, riguarda la possibilità concreta di costruire un futuro senza essere costretti all’emigrazione.
In questo senso architettura e urbanistica non possono limitarsi alla dimensione tecnica. Devono tornare a essere strumenti politici nel senso più alto del termine: discipline capaci di organizzare spazi di vita, relazioni sociali e forme di comunità.
Perché il rischio più grande per territori come il nostro non è soltanto perdere popolazione, ma perdere immaginazione collettiva. E senza immaginazione nessun territorio riesce davvero a rigenerarsi.
Michele Bernardo – Architetto
Nella sezione “Opinioni e Contributi” offriamo ai lettori analisi di esperti su argomenti specifici, spunti di riflessione, testimonianze, racconti di nuove iniziative inerenti i temi trattati dall’associazione. I testi riflettono le opinioni degli autori e non impegnano “Fare Bellezza”.
